Oil Market Review

Monthly Review

  • Novembre 2017

    In ottobre, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati di circa 4-5$/b. Un analogo incremento si era verificato anche nel corso del mese di settembre. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 56,10$/b e ha chiuso a 61,18$/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto quotando a 50,90$/b per poi chiudere a 54,88$/b. Il 27 ottobre, per la prima volta da due anni a questa parte, il Brent ha quindi oltrepassato la soglia dei 60$/b.

    L’attuale differenziale di prezzo di circa 5-6$/b che sussiste tra il benchmark europeo e asiatico e il riferimento americano è quasi interamente dovuto agli uragani che hanno colpito gli Stati Uniti, il cui effetto principale è stato quello di diminuire la domanda delle raffinerie e, di conseguenza, il prezzo del WTI. Per giunta, è interessante mettere in luce che tale gap di prezzo ha determinato un aumento delle esportazioni di greggio USA, le quali hanno raggiunto i 2.000.000 b/g all’inizio del mese.

    Se si esclude il 6 ottobre, quando entrambe le qualità hanno toccata il minimo mensile rispettivamente quotando, 55,52$/b e 49,23$/b nella misura in cui le scorte galleggianti nel Mare del Nord sono incrementate di circa 3.000.000 barili per un totale appena sopra i 5.400.000 barili, il trend ascendente dei prezzi è stato sostanzialmente costante durante l’intero mese a causa delle seguenti ragioni:


    1. La crescita dell’output di tight oil USA pare essere meno solida rispetto a quella precedentemente stimata. Di fatto, in conformità con i dati forniti dall’Energy Information Administration il 30 settembre, gli analisti statunitensi hanno rivisto al ribasso la produzione di luglio per un ammontare di 178.500 b/g e quella di giugno per un valore approssimativo di 220.000 b/g;
    2. Le scorte globali stanno diminuendo. In particolar modo, dall’inizio del 2017, quelle USA sono calate di 17.000.000 barili mentre erano aumentate di 21.000.000 barili nel 2016;
    3.Le tensioni geopolitiche che coinvolgono alcuni produttori OPEC come Libia e Venezuela in aggiunta allo scontro del 16 ottobre tra Baghdad e il governo Regionale del Kurdistan presso la città irachena di Kirkuk;
    4. Nel 2017, la domanda di petrolio è prevista in crescita di 1.600.000 b/g;
    5. Secondo Bloomberg, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è sul punto di nominare Jerome Powell come successore dell’attuale Governatore della FED, Janet Yellen, il cui mandato scadrà a febbraio 2018. Powell, che attualmente è un membro del Federal Reserve Board of Governors, garantirà la continuità di una politica monetaria basata su un graduale incremento dei tassi di interesse statunitensi. Sulla scia di questa anticipazione, il dollaro si è indebolito nei confronti dell’euro, deprezzandosi da 1,1785€/$ il 25 ottobre a 1,1638€/$ il 31 ottobre;

    In attesa dell’OPEC meeting il prossimo 30 novembre, le difficoltà finanziarie (redditività) che i frackers Nord Americani stanno riscontrando in aggiunta alla volontà saudita e russa di estendere l’accordo di novembre 2016 all’intero 2018 potrebbero contribuire nel sostenere e stabilizzare gli attuali prezzi del barile.

    Secondo Kirill Dmitriev, CEO del Russian Investment Fund, la Federazione Russa e l’Arabia Saudita hanno guadagnato 40.000.000.000 $ grazie all’accordo del 2016. Gli sforzi internazionali volti alla stabilizzazione del barile “sono stati redditizi, portando i prezzi del petrolio sopra i $55/b” ha affermato Dmitriev al canale Rossiya 24. “Noi riteniamo che senza tale intesa [la quale verrà meno il 31 marzo 2018], i prezzi sarebbero attualmente al di sotto dei 35$/b”, ha specificato il funzionario russo.

    di Demostenes Floros
  • Ottobre 2017

    A settembre, i prezzi del petrolio sono significativamente cresciuti. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 52,75$/b e le ha chiuse a 56,68$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto prezzando a 47,34$/b per poi chiudere a 51,54$/b.
    Il benchmark asiatico/europeo e il riferimento americano hanno toccato il massimo mensile rispettivamente, il 25 settembre – quotando 59,24$/b, record da 26 mesi ad oggi – e il 26 settembre – prezzando 52,40$/b, il massimo nel corso degli ultimi due anni – sulla scia del referendum sull’indipendenza tenutosi della regione curda dell’Iraq, il cui risultato ha chiaramente messo in luce la volontà di separarsi da Baghdad.
    In conseguenza dell’emergere di tale tensione geopolitica, il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha minacciato di bloccare l’oleodotto – che fornisce approssimativamente 600.000 b/g – proveniente dalla regione autonoma del Kurdistan iracheno fino al porto turco di Ceyhan, mentre Baghdad ha fatto appello per un boicottaggio internazionale delle vendite di greggio curdo.
    In aggiunta a questa specifica, ma temporanea causa, tre fattori spiegano il trend ascendente dei prezzi del barile. In particolare:


    1. Domanda – Conformemente ai dati forniti dall’International Energy Agency il 13 settembre, la domanda di petrolio è stimata in crescita di 1.600.000 b/g nel 2017 (dato rivisto al rialzo per il terzo mese di fila), raggiungendo i 97.700.000 b/g (+1,7% anno su anno).
    L’OPEC Monthly Oil Market Report pubblicato il 12 settembre, conferma tale andamento ascendente anche se per un ammontare minore. Infatti, la domanda di petrolio globale è stimata in crescita di 1.420.000 b/g (stima rivista al rialzo di 50.000.000 b/g);
    2. Scorte – In base ai dati forniti dal Weekly Petroleum Status Report pubblicato Energy Information Administration il 22 settembre, le scorte commerciali di greggio statunitensi (ad esclusione di quelle strategiche) sono diminuite di 1.800.000 barili rispetto alla settimana precedente;
    3. Esportazioni – Conformemente alle cifre del Monthly Energy Information Administration Report, le esportazioni petrolifere dell’OPEC sono diminuite di 1.300.000 b/g tra luglio e agosto.


    Esaminando il trend del prezzo del barile, il decremento del WTI manifestatosi tra l’8 e il 12 settembre è direttamente riconducibile alle conseguenze degli straordinari eventi atmosferici verificatisi nel Golfo del Messico, ad agosto. Di fatto, gli analisti di Goldman Sachs hanno previsto che la diminuzione della domanda di greggio da parte dei raffinatori, in conseguenza degli uragani, potrebbe ammontare a 900.000 b/g in settembre e a 300.000 b/g in ottobre, per uno “shock ribassista per gli equilibri petroliferi mondiali”.
    Nei giorni seguenti, la ripresa del prezzo del WTI è stata più lenta rispetto a quella del Brent probabilmente perché i frackers statunitensi, avendo venduto la propria produzione futura (hedging), hanno in questo modo rallentato il trend rialzista. In realtà, la qualità americana ha chiaramente superato la soglia dei 50$/b dopo che l’EIA ha pubblicato che le esportazioni USA avevano raggiunto 1.500.000 b/g.
    Nelle sue conclusioni, l’Oil Market Report mette in luce che “sulla base delle scommesse recenti fatte dagli investitori, ci si aspetta che i mercati si restringano e che i prezzi aumentino, anche se modestamente”. Il 26 settembre, nel corso dell’ultimo Federal Open Market Committee, la Governatrice della FED, Janet Yellen, ha espresso serie preoccupazioni in merito alle sopravvalutate stime dell’inflazione e del tasso di disoccupazione statunitensi. Per questo motivo, sussiste un’alta probabilità che l’incremento dei saggi di interesse – attualmente compresi tra l’1/1,25% – rallenti nel corso dei prossimi mesi.
    I frackers nordamericani coglieranno l’occasione al volo oppure anche l’Energy Information Administration ha sovrastimato l’output di greggio USA come evidenziato da Harold Hamm, CEO di Continental Resources?  

    di Demostenes Floros
  • Settembre 2017

    Ad agosto, la qualità di greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 51,52$/b e le ha chiuse a 52,85$/b mentre il prezzo del West Texas Intermediate è invece diminuito da 49,03$/b a 47,11$/b.

    Durante la prima parte del mese, sia il prezzo del benchmark europeo e asiatico sia il riferimento americano sono rimasti sostanzialmente stabili. Il 9 agosto, il Brent ha prezzato 52,76$/b sulla scia dei futures rientrati in una condizione di backwardation mentre il WTI ha raggiunto il massimo mensile a 49,81$/b.

    In seguito, i prezzi del greggio sono diminuiti e, il 16 agosto, entrambe le qualità hanno raggiunto il loro minimo mensile – il Brent a quota 50,34$/b e il WTI a 46,79$/b – in conseguenza di due fattori: la conformità degli accordi OPEC del novembre 2016 è scesa al 75% mentre la produzione statunitense di petrolio ha oltrepassato i 9.500.002 b/g per la prima volta da luglio 2015. Per di più, quest’ultimo dato chiarisce come mail il trend decrescente del WTI sia stato più marcato rispetto a quello del Brent. Nel corso dell’ultima decade di agosto, mentre il Brent ha recuperato terreno favorito dal deprezzamento del dollaro verso l’euro – 1.2048 €/$ il 29 agosto, il minimo da gennaio 2015 – il WTI non ha avuto il medesimo trend a causa dell’Uragano Harvey che ha colpito il Texas. Di fatto, le interruzioni delle attività delle raffinerie equivalgono ad un calo della domanda di petrolio (-5% rispetto alla terza settimana di agosto). Nel nostro precedente report, scrivemmo che se il prezzo del Brent – ritornato in backwardation alla fine di luglio – fosse rimasto tale anche nelle settimane a seguire, esso avrebbe contribuito ad aprire un nuovo scenario per gli estrattori OPEC e non-OPEC. Per un verso, la forte domanda – stimata in aumento di 1.500.000 b/g nel 2017 – conferma la nostra tesi ma, dall’altro i produttori OPEC e non-OPEC dovranno prestare grande attenzione al rispetto dell’ultimo accordo, dal momento che i frackers americani, nonostante persistano nubi all’orizzonte, stanno tuttora incrementando il proprio output.


    di Demostenes Floros
  • Agosto 2017

    A luglio, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 49,58$/b e le ha chiuse a 52,68$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 47,19$/b per chiudere a 50,20$/b.
    Il 7 luglio, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano, hanno toccato il minimo mensile, rispettivamente prezzando 47$/b e 44,47$/b in quanto i dati ufficiali hanno messo in luce che i produttori statunitensi avevano incrementato dell’1% il loro output nel corso dell’ultima settimana di giugno. Infatti, le estrazioni petrolifere americane, dopo essere temporaneamente diminuite di 100.000 b/g per un totale di 9.250.000 b/g, hanno nuovamente raggiunto i 9.338.000 b/g.
    Successivamente, i prezzi del barile hanno iniziato ad aumentare sino al 19 luglio, quando il Brent ha raggiunto i 49,70$/b e il WTI i 49,70$/b.
    Ci sono tre ragioni che possono spiegare tale trend ascendente:

     

    1. Il 13 luglio, secondo i dati forniti dall’Energy Information Administration, le raffinerie USA hanno lavorato al 94,5% del loro potenziale produttivo mentre le scorte americane di greggio sono decresciute di 7.600.000 b/g, la maggiore diminuzione da settembre 2016. Nel contempo, le scorte di benzine sono calate di 1.600.000 b/g;

    2. Il dollaro si è deprezzato, sia nei confronti dell’euro, sia verso le principali valute internazionali;

    3. Nel corso del II trimestre del 2017, il Prodotto Interno reale Lordo della Cina è cresciuto del 6,9% rispetto allo stesso periodo del 2016. Questo trend positivo è superiore rispetto alle previsioni e in linea con la crescita del I trimestre. L’obiettivo del governo cinese è quello di incrementare il proprio PIL del 6,5% circa nel corso del 2017.

     

    Dopo un nuovo modesto ribasso di 2$/b circa verificatosi tra il 19 e il 21 luglio – probabilmente, dovuto alla speculazione – i prezzi del petrolio sono aumentati durante l’ultima settimana del mese sulla scia delle decisioni prese al meeting di S. Pietroburgo, il 24 luglio. Nello specifico:

     

    1. L’Arabia Saudita ha deciso di ridurre le proprie esportazioni agostine di petrolio a 6.600.000 b/g, 1.000.000 b/g in meno rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre gli Emirati Arabi Uniti taglieranno il 10% delle consegne settembrine;

    2. La Nigeria, la quale è esentata dagli accordi di novembre 2016, ha promesso di collaborare con i tagli stabiliti dai Membri dell’OPEC nel momento in cui raggiungerà l’output di 1.800.000 b/g. Al momento, la produzione nigeriana è leggermente inferiore a tale livello;

    3. Di comune accordo, il Ministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksander Novak, e l’omologo saudita, Khalid al-Falih, hanno espresso il loro sostegno ad una eventuale estensione dell’intesa di novembre 2016. Al momento, essa terminerà il 31 marzo 2018;

    4. L’incremento delle trivelle attive nell’oil & gas negli Stati Uniti sta rallentando mentre le scorte USA stanno mostrando una massiccia riduzione (10% in meno rispetto ai picchi di marzo).

    In conclusione, se chi prende le decisioni politiche, così come gli investitori, volesse approfondire ciò che ha influenzato l’andamento del barile nel corso degli ultimi mesi, dovrà tenere conto anche delle considerazioni rilasciate il 22 luglio dall’A.D. di Eni, Claudio Descalzi, il quale ha affermato:
    "La speculazione è forte. Per esempio, se il prezzo del greggio sale a 52 dollari, e questo a prescindere dal livello delle scorte, allora tutti vendono subito perché non si fidano di cosa succede. Se il prezzo torna a 46 dollari, lo ricomprano. In questo modo vi sono speculatori che stanno realizzando centinaia di milioni, forse miliardi di dollari".
    Se il prezzo del Brent – tornato in backwardation alla fine del mese – continuasse ad essere tale nelle prossime settimane contribuirà ad aprire un nuovo scenario per i paesi OPEC e non-OPEC?

    di Demostenes Floros
  • Luglio 2017

    A giugno, il prezzo del petrolio è diminuito. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 50,25$/b per poi chiuderle a 47,90$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 48,18$/b e chiuso a 46,20$/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent sta prezzando a quota 48,57$/b, mentre il WTI a 45,90$/b.

    Il 21 giugno, sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello statunitense hanno toccato il minimo da 8 mesi a questa parte, rispettivamente quotando 44,79$/b e 42,25$/b a causa delle seguenti ragioni:


    1. Nel corso della prima parte del mese, le scorte globali di petrolio (area OSCE) hanno nuovamente superato i 3 miliardi di barili. Soprattutto negli Stati Uniti, dopo essere calate di 25.600.000 barili durante gli ultimi due mesi, esse sono inaspettatamente aumentate;
    2. Nigeria e Libia – le quali sono escluse dagli accordi di novembre 2016 – hanno incrementato le proprie estrazioni, apportando nel mercato ulteriori 375.000 b/g in più;
    3. Il 16 giugno, l’output statunitense ha raggiunto i 9.350.000 b/g per la prima volta da agosto 2015 grazie alla tecnica estrattiva del fracking.

     

    Il moderato recupero dei prezzi del barile verificatosi durante l’ultima settimana di giugno è stato dovuto al calo delle scorte USA di greggio e di benzine rispettivamente, per un ammontare di 2.500.000 barili e 578.000 barili secondo i dati forniti dall’Energy Information Administration. Inoltre, la produzione statunitense è diminuita di 100.000 b/g, portando l’output complessivo a 9.250.000 b/g.

    In conclusione, se il prezzo del barile tocca il minimo da novembre 2016 nonostante l’accordo raggiunto tra OPEC e Federazione Russa in merito ai tagli all’offerta e le tensioni in Medioriente tra Qatar e Petromonarchie, la principale ragione è che l’economia reale globale sta rallentando. Guarda caso, il trend dei consumi USA, i quali determinano i 2/3 del PIL a stelle e strisce – è debole.

    di Demostenes Floros