Oil Market Review

Monthly Review

  • Settembre 2017

    Ad agosto, la qualità di greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 51,52$/b e le ha chiuse a 52,85$/b mentre il prezzo del West Texas Intermediate è invece diminuito da 49,03$/b a 47,11$/b.

    Durante la prima parte del mese, sia il prezzo del benchmark europeo e asiatico sia il riferimento americano sono rimasti sostanzialmente stabili. Il 9 agosto, il Brent ha prezzato 52,76$/b sulla scia dei futures rientrati in una condizione di backwardation mentre il WTI ha raggiunto il massimo mensile a 49,81$/b.

    In seguito, i prezzi del greggio sono diminuiti e, il 16 agosto, entrambe le qualità hanno raggiunto il loro minimo mensile – il Brent a quota 50,34$/b e il WTI a 46,79$/b – in conseguenza di due fattori: la conformità degli accordi OPEC del novembre 2016 è scesa al 75% mentre la produzione statunitense di petrolio ha oltrepassato i 9.500.002 b/g per la prima volta da luglio 2015. Per di più, quest’ultimo dato chiarisce come mail il trend decrescente del WTI sia stato più marcato rispetto a quello del Brent. Nel corso dell’ultima decade di agosto, mentre il Brent ha recuperato terreno favorito dal deprezzamento del dollaro verso l’euro – 1.2048 €/$ il 29 agosto, il minimo da gennaio 2015 – il WTI non ha avuto il medesimo trend a causa dell’Uragano Harvey che ha colpito il Texas. Di fatto, le interruzioni delle attività delle raffinerie equivalgono ad un calo della domanda di petrolio (-5% rispetto alla terza settimana di agosto). Nel nostro precedente report, scrivemmo che se il prezzo del Brent – ritornato in backwardation alla fine di luglio – fosse rimasto tale anche nelle settimane a seguire, esso avrebbe contribuito ad aprire un nuovo scenario per gli estrattori OPEC e non-OPEC. Per un verso, la forte domanda – stimata in aumento di 1.500.000 b/g nel 2017 – conferma la nostra tesi ma, dall’altro i produttori OPEC e non-OPEC dovranno prestare grande attenzione al rispetto dell’ultimo accordo, dal momento che i frackers americani, nonostante persistano nubi all’orizzonte, stanno tuttora incrementando il proprio output.


    di Demostenes Floros
  • Agosto 2017

    A luglio, i prezzi del petrolio sono aumentati. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 49,58$/b e le ha chiuse a 52,68$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 47,19$/b per chiudere a 50,20$/b.
    Il 7 luglio, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano, hanno toccato il minimo mensile, rispettivamente prezzando 47$/b e 44,47$/b in quanto i dati ufficiali hanno messo in luce che i produttori statunitensi avevano incrementato dell’1% il loro output nel corso dell’ultima settimana di giugno. Infatti, le estrazioni petrolifere americane, dopo essere temporaneamente diminuite di 100.000 b/g per un totale di 9.250.000 b/g, hanno nuovamente raggiunto i 9.338.000 b/g.
    Successivamente, i prezzi del barile hanno iniziato ad aumentare sino al 19 luglio, quando il Brent ha raggiunto i 49,70$/b e il WTI i 49,70$/b.
    Ci sono tre ragioni che possono spiegare tale trend ascendente:

     

    1. Il 13 luglio, secondo i dati forniti dall’Energy Information Administration, le raffinerie USA hanno lavorato al 94,5% del loro potenziale produttivo mentre le scorte americane di greggio sono decresciute di 7.600.000 b/g, la maggiore diminuzione da settembre 2016. Nel contempo, le scorte di benzine sono calate di 1.600.000 b/g;

    2. Il dollaro si è deprezzato, sia nei confronti dell’euro, sia verso le principali valute internazionali;

    3. Nel corso del II trimestre del 2017, il Prodotto Interno reale Lordo della Cina è cresciuto del 6,9% rispetto allo stesso periodo del 2016. Questo trend positivo è superiore rispetto alle previsioni e in linea con la crescita del I trimestre. L’obiettivo del governo cinese è quello di incrementare il proprio PIL del 6,5% circa nel corso del 2017.

     

    Dopo un nuovo modesto ribasso di 2$/b circa verificatosi tra il 19 e il 21 luglio – probabilmente, dovuto alla speculazione – i prezzi del petrolio sono aumentati durante l’ultima settimana del mese sulla scia delle decisioni prese al meeting di S. Pietroburgo, il 24 luglio. Nello specifico:

     

    1. L’Arabia Saudita ha deciso di ridurre le proprie esportazioni agostine di petrolio a 6.600.000 b/g, 1.000.000 b/g in meno rispetto allo stesso periodo del 2016, mentre gli Emirati Arabi Uniti taglieranno il 10% delle consegne settembrine;

    2. La Nigeria, la quale è esentata dagli accordi di novembre 2016, ha promesso di collaborare con i tagli stabiliti dai Membri dell’OPEC nel momento in cui raggiungerà l’output di 1.800.000 b/g. Al momento, la produzione nigeriana è leggermente inferiore a tale livello;

    3. Di comune accordo, il Ministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksander Novak, e l’omologo saudita, Khalid al-Falih, hanno espresso il loro sostegno ad una eventuale estensione dell’intesa di novembre 2016. Al momento, essa terminerà il 31 marzo 2018;

    4. L’incremento delle trivelle attive nell’oil & gas negli Stati Uniti sta rallentando mentre le scorte USA stanno mostrando una massiccia riduzione (10% in meno rispetto ai picchi di marzo).

    In conclusione, se chi prende le decisioni politiche, così come gli investitori, volesse approfondire ciò che ha influenzato l’andamento del barile nel corso degli ultimi mesi, dovrà tenere conto anche delle considerazioni rilasciate il 22 luglio dall’A.D. di Eni, Claudio Descalzi, il quale ha affermato:
    "La speculazione è forte. Per esempio, se il prezzo del greggio sale a 52 dollari, e questo a prescindere dal livello delle scorte, allora tutti vendono subito perché non si fidano di cosa succede. Se il prezzo torna a 46 dollari, lo ricomprano. In questo modo vi sono speculatori che stanno realizzando centinaia di milioni, forse miliardi di dollari".
    Se il prezzo del Brent – tornato in backwardation alla fine del mese – continuasse ad essere tale nelle prossime settimane contribuirà ad aprire un nuovo scenario per i paesi OPEC e non-OPEC?

    di Demostenes Floros
  • Luglio 2017

    A giugno, il prezzo del petrolio è diminuito. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 50,25$/b per poi chiuderle a 47,90$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 48,18$/b e chiuso a 46,20$/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent sta prezzando a quota 48,57$/b, mentre il WTI a 45,90$/b.

    Il 21 giugno, sia il benchmark europeo e asiatico, sia quello statunitense hanno toccato il minimo da 8 mesi a questa parte, rispettivamente quotando 44,79$/b e 42,25$/b a causa delle seguenti ragioni:


    1. Nel corso della prima parte del mese, le scorte globali di petrolio (area OSCE) hanno nuovamente superato i 3 miliardi di barili. Soprattutto negli Stati Uniti, dopo essere calate di 25.600.000 barili durante gli ultimi due mesi, esse sono inaspettatamente aumentate;
    2. Nigeria e Libia – le quali sono escluse dagli accordi di novembre 2016 – hanno incrementato le proprie estrazioni, apportando nel mercato ulteriori 375.000 b/g in più;
    3. Il 16 giugno, l’output statunitense ha raggiunto i 9.350.000 b/g per la prima volta da agosto 2015 grazie alla tecnica estrattiva del fracking.

     

    Il moderato recupero dei prezzi del barile verificatosi durante l’ultima settimana di giugno è stato dovuto al calo delle scorte USA di greggio e di benzine rispettivamente, per un ammontare di 2.500.000 barili e 578.000 barili secondo i dati forniti dall’Energy Information Administration. Inoltre, la produzione statunitense è diminuita di 100.000 b/g, portando l’output complessivo a 9.250.000 b/g.

    In conclusione, se il prezzo del barile tocca il minimo da novembre 2016 nonostante l’accordo raggiunto tra OPEC e Federazione Russa in merito ai tagli all’offerta e le tensioni in Medioriente tra Qatar e Petromonarchie, la principale ragione è che l’economia reale globale sta rallentando. Guarda caso, il trend dei consumi USA, i quali determinano i 2/3 del PIL a stelle e strisce – è debole.

    di Demostenes Floros
  • Giugno 2017

    Maggio si è rivelato un mese dalla forte volatilità nel mercato petrolifero, con i prezzi in calo nella prima parte del mese per poi salire in prossimità dell’incontro fra i membri OPEC e successivamente calare nuovamente alla fine del mese, quando i mercati hanno preso consapevolezza nell’impossibilità del cartello di mantenere i prezzi su quotazioni elevate. Queste oscillazioni nello spazio di un mese sono state però apprezzate da alcuni trader che tendono a preferirle rispetto alla calma piatta dei primi due mesi dell’anno, quando non era chiara la direzione che le quotazioni del greggio avrebbero preso. Il mese scorso è stato improntato sull’attesa per il meeting OPEC che si è svolto nella terza settimana. Nella prima settimana i prezzi hanno vissuto un brusco calo dovuto alla crescita graduale di produzione e risorse stoccate, tutto ovviamente in contrasto con gli auspici del cartello che puntava invece a un graduale calo come mezzo per aumentare le quotazioni. Niente di tutto ciò è avvenuto, risultando così in quotazioni che faticavano a superare quota 44 dollari al barile. Per investitori e mercati le buone notizie sono arrivate dalle anticipazioni sull’incontro OPEC che aveva messo in agenda dei tagli produttivi più profondi e duraturi. Le fibrillazioni sono aumentate grazie ai rappresentati di Russia e Arabia Saudita che, di fatto, non hanno ne confermato ne smentito le anticipazioni, gettando benzina sul fuoco delle ipotesi. Questo ha aumentato le aspettative dei mercati, implicitamente dando il via libera ai trader più aggressivi per una sessione di acquisti in serie. Come da prassi, i mercati si sono lasciati prendere da un immotivato entusiasmo, sovrastimando gli impatti positivi previsti dall’incontro OPEC e questo ha trascinato al rialzo le quotazioni fino a quota 52 dollari nella terza settimana di maggio. L’incontro si è svolto senza colpi di scena ma le conclusioni non hanno minimamente soddisfatto le attese degli investitori. I paesi OPEC si sono limitati a confermare il taglio produttivo per altri 9 mesi senza però impegnarsi in ulteriori tagli e questo ha portato a una delusione generale negli investitori, trascinando così le quotazioni sotto la soglia psicologica dei 50 dollari verso la fine del mese. Sono successivamente trapelate indiscrezioni secondo le quali la Russia fosse serena con questi livelli di prezzi, lasciando così le quotazioni alla mercé dell’influenza derivata dai dati di produzione e di stoccaggio in arrivo. A livello tecnico, lo sfondamento a ribasso di quota 50 è un evento fondamentale che dimostra come gli investitori più accorti stessero dominando il mercato petrolifero. Gli investitori più aggressivi non si sono dati pace nei loro tentativi di riportare le quotazioni oltre la fatidica soglia ma i loro tentativi sono stati scoraggiati per tutto il mese di maggio. In generale, gli investitori si aspettano sempre un ulteriore intervento da parte dell’OPEC se i prezzi tornassero a galleggiare fra i 47,5 e i 44 dollari al barile. Guardando al mese di giugno, ci aspettiamo che i dati di produzione e di riserve stoccate saranno il fattore decisivo nella costruzione del prezzo, con un outlook che resta fermamente tendente al ribasso. La produzione della Libia resta molto elevata con le riserve statunitensi ancora a livelli da record e la combinazione di questi due fattori manterrà alta la pressione sui prezzi nonostante l’accordo di taglio produttivo dell’OPEC sia operativo per tutto il mese. La crisi diplomatica fra il Qatar e l’Arabia Saudita potrebbe dare una spinta verso l’alto ai prezzi ma gli analisti sono scettici su quanto e come questa situazione politica possa avere un effetto prolungato sulle quotazioni.

    di FXEmpire
  • Maggio 2017

    Ad aprile, i prezzi del greggio hanno registrato un trend in crescita che si è protratto fino alla metà del mese per poi ripiegare, con una drammatica inversione tecnica, dopo una serie di sei giorni positivi. Il rally è stato guidato principalmente da fondi speculativi e di acquisto di commodity aggressivi e dall’atteggiamento degli investitori ottimisti che hanno continuato a scommettere su un deficit di produzione del petrolio. Lo stimolo a continuare ad acquistare è derivato dalla tenuta dell’accordo OPEC che intende tagliare la produzione di petrolio, ridurre l'offerta globale e stabilizzare i prezzi. I trader hanno ignorato i segnali derivanti dalla crescente produzione statunitense da quando alcuni rumors hanno iniziato a far trapelare di una possibile estensione dell’accordo tra membri OPEC e alcuni non-OPEC per ridurre l'output oltre la scadenza di giugno. Il greggio ha cominciato ad allontanarsi dal picco dei 54,14 dollari del 12 aprile quando la produzione petrolifera dello shale americano è aumentata per compensare le preoccupazioni sulle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e i tagli a sostegno dei prezzi. Le riserve degli Stati Uniti hanno toccato livelli record in entrambi gli hub di stoccaggio negli Stati Uniti a Cushing, in Oklahoma e nella costa del Golfo degli Stati Uniti. Inoltre, l’attività di trivellazione negli Stati Uniti è andata avanti per tutto il mese di aprile, favorendo i ribassisti in vista di un aumento della produzione in futuro. Il pienone delle vendite, avvenuto il 19 aprile, è stata segnata da una liquidazione massiccia da parte dei fondi hedge e commodity, che ha fatto crollare il mercato di quasi il 4% in una sola sessione. Questo ha scatenato una svendita che alla fine ha portato i prezzi a $ 49.20, poi risaliti a fine mese a 49.33 dollari, con una perdita del 3.41%, pari a 1.74 dollari in un mese.

    di FXEmpire