Cop21, l'accordo diventa realtà

Cop21, l'accordo diventa realtà

Simona Manna
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Con la ratifica dell'Unione europea, l'accordo sul clima del novembre scorso a Parigi entra ufficialmente in vigore. Raggiunta la soglia del 55% delle emissioni globali, con la firma in totale di 63 paesi

L’accordo di Parigi sul clima è ormai diventato realtà. Dopo Stati Uniti, Cina e, pochi giorni fa, l’India, principali paesi inquinatori del pianeta, è stata l’Unione europea a ratificare l’accordo: un passo che fa scattare l’entrata in vigore, subordinata all’adesione di almeno 55 paesi, pari al 55% delle emissioni globali. Con la ratifica del Vecchio Continente, dunque, si è arrivati all’adesione di 64 paesi e al superamento della soglia di emissioni necessaria. La tempistica è tra l’altro perfetta: l’accordo, tecnicamente, deve entrare in vigore 30 giorni dopo l’adesione dell’Ue. Questo potrebbe significare che avverrà prima della prossima conferenza sul clima, la Cop22, che si aprirà il 7 novembre a Marrakech, in Marocco.

Il ruolo decisivo di Bruxelles

In un momento di divisioni su molte sfide, cerchiamo ora di dimostrare che siamo uniti sulla più grande di tutti @UN_Spokesperson

Il Vecchio Continente festeggia l’evento. "Oggi l’Unione europea ha trasformato le ambizioni sul clima in azione per il clima. L’accordo di Parigi è il primo di questo tipo e non sarebbe stato possibile senza l’Unione europea", ha commentato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e la ministra francese dell'Ambiente e presidente della COP21, Ségolène Royal ha aggiunto, rallegrandosi, che "è un momento storico" e che "i sette paesi europei che lo hanno già ratificato (Francia, Austria, Germania, Ungheria, Malta, Slovacchia e Portogallo, ndr) andranno venerdì mattina a New York per depositare gli strumenti di ratifica". È stata l'Europa, ha poi detto, "a mettere il peso per andare verso l’applicazione dell'accordo di Parigi", ha aggiunto Royale. Soddisfatto anche il segretario generale Onu, Ban Ki-moon, che parla di "passo storico". L’accordo di Parigi, siglato il 12 dicembre 2015 dai negoziatori di 195 Paesi partecipanti alla conferenza Onu, ha come obiettivo quello di contenere l’aumento della temperatura globale del pianeta ben al di sotto dei 2°C, perseguendo idealmente il goal di +1,5°C. Per centrare l’obiettivo, le emissioni devono cominciare a diminuire dal 2020. È previsto inoltre un processo di revisione degli obiettivi ogni cinque anni: il primo passaggio dovrà avvenire nel 2018 e poi scatteranno i controlli quinquennali.

Data la ratifica del Vecchio Continente, dunque, si è arrivati all'adesione di 64 paesi e al superamento della soglia di emissioni necessaria

Cosa significa questo passo per l'India

Il messaggio di Gandhi Ji ci ispira. L'India lavorerà sempre per superare i cambiamenti climatici e creare un pianeta verde @narendramodi

L’India non ha scelto un giorno a caso per ratificare ufficialmente l’accordo di Parigi. Lo ha fatto il 2 ottobre, anniversario della nascita di un pioniere della sostenibilità, Gandhi. È al Mahatma che infatti ha rivolto il primo pensiero, subito dopo la ratifica, il primo ministro indiano Narendra Modi, scrivendo su Twitter che "il messaggio di Gandhi Ji ispira tutti noi. L’India lavorerà sempre con il mondo per contrastare i cambiamenti climatici e creare un pianeta verde". La ratifica dell’accordo ha una grande valenza per Nuova Delhi e per il mondo: l’India è il terzo paese inquinatore al mondo, con una produzione pari al 4,5% delle emissioni globali e, con questo gesto, dimostra di voler prendere seriamente l’impegno di rendere più sostenibile il paese. Gli INDC (impegni nazionali di riduzione delle emissioni) presentati dall’India in vista del COP21, prevedono un impegno di Nuova Delhi a generare il 40% della sua energia con fonti rinnovabili entro il 2030, e diminuire l’intensità di emissioni del suo Prodotto interno lordo. Inoltre l’India si è impegnata a proteggere e ripristinare la copertura forestale, in modo che nel 2030 arrivi ad assorbire tra 2,5 e 3 miliardi di tonnellate di CO2. Una direzione non facile visto che la politica energetica indiana è ancora fortemente incentrata sul carbone. Non solo: finora, nel dibattito sulla lotta ai cambiamenti climatici i paesi emergenti, guidati appunto da India e Cina, pur riconoscendo che il cambiamento climatico è un problema serio, hanno sempre sostenuto di non voler rischiare di rallentare la propria crescita e hanno più volte chiesto misure anti-CO2 diverse rispetto a quelle imposte ai Paesi ricchi. L’impegno verso un percorso sempre più sostenibile l’India lo ha già manifestato con una nuova politica energetica nazionale, voluta dal primo ministro Narendra Modi, incentrata principalmente sulle energie rinnovabili e sull’obiettivo di rendere il paese energeticamente indipendente. Un target ambizioso visto che, sempre secondo il governo, si stima che la quota del carbone importato salirà al 30% entro il 2030 e quello dei combustibili fossili all’80%.