Nulla di fatto ma molte questioni aperte nei risultati delle elezioni norvegesi

Nulla di fatto ma molte questioni aperte nei risultati delle elezioni norvegesi

Lorenzo Colantoni
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I Labour incassano il colpo ed Erna Solberg porta a casa la seconda vittoria consecutiva. Il primo ministro guiderà il Paese con una coalizione di quattro partiti, 89 dei 168 seggi del parlamento norvegese mentre i Labour restano il partito più grande della Norvegia con 49 seggi

Così come si era levato, il vento di tempesta delle elezioni norvegesi di quest’anno si è placato; quando ormai il 95% dei voti è stato scrutinato sono crollate le aspettative dei piccoli partiti, soprattutto i Green, si è ridimensionata la sconfitta dei Labour, e la coalizione di destra si prepara ad altri quattro anni al potere, in una composizione simile a quella dello scorso mandato. Eppure, molte sono le domande lasciate senza risposta da queste elezioni, in particolare quelle relative al futuro del settore degli idrocarburi norvegese.

La sorpresa del secondo mandato

Una novità, in realtà, c’è; è la prima volta da trent’anni che un governo conservatore vince due elezioni di seguito. Il primo ministro Erna Solberg si appresta così a guidare il paese con una coalizione di quattro partiti (Conservatori, Progress, Christian Democrats e Liberals), una replica degli ultimi quattro anni, con 89 dei 169 seggi del parlamento norvegese. Il Labour rimarrebbe comunque il partito più grande della Norvegia, con 49 seggi (sui 55 delle scorse elezioni), guidando una coalizione di opposizione per un totale di 80 seggi. Pur accusando il danno più forte di questa elezione, i Labour però contengono le perdite rispetto a sondaggi che, soprattutto negli ultimi giorni, li avevano dati in caduta libera, addirittura al livello dei Conservatori (intorno al 25%, rispetto ad un risultato finale intorno al 29%).

L'influenza del settore petrolifero

La sconfitta dei Labour sarebbe stata difficile da predire almeno fino al dicembre dell’anno scorso, in cui si sondaggi davano il partito ad oltre il 35%, con punte del 38%. La chiave di questo successo era la precaria situazione economica norvegese, paese colpito duramente dalla crisi del settore petrolifero, per cui aveva perso 47mila posti di lavoro tra il 2014 e il 2016 (su una popolazione totale di 5,2 milioni). Verso la prima metà del 2017 il rallentamento della crescita del PIL si era fermato, con una crescita del 0,7% nel primo trimestre e dell’1,1% nel secondo. La fine della decrescita del settore petrolifero nel secondo trimestre, in cui il settore si è espanso del 3,7%, ha confermato le previsioni più rosee per il futuro dell’economia norvegese, per cui il partito conservatore ha ricevuto la fetta più grande del merito e di conseguenza buona parte del premio ricevuto alle elezioni di oggi. Un successo inoltre rafforzato dalla forte discussione sul tema delle migrazioni, a beneficio della coalizione di destra tramite il primo alleato dei Conservatori, i populisti anti-immigrati del partito Progress.

Gli altri partiti

Grande delusione infine per i Green che, nonostante le previsioni di molti di un potenziale ruolo chiave nel nuovo parlamento, non supereranno la soglia del 4%, conservando l’unico seggio delle scorse elezioni. La battaglia per il phase out dell’industria degli idrocarburi da parte dei Green sembra quindi ormai dimenticata, soprattutto visti i risultati poco incoraggianti degli alleati del partito su questo tema, il partito di estrema sinistra RED e i fuoriusciti del Labour del Socialist Left. Molte questioni, in realtà, rimangono aperte.

La coalizione di destra è, prima di tutto, più fragile di quanto sembri. Se l’alleanza con il Progress aveva suscitato dubbi già nel 2013, le critiche da parte degli altri due alleati, Christian Democrats e Liberals, sono aumentate negli ultimi mesi, soprattutto sui temi dell’immigrazione (a cui sono favorevoli i primi) e delle nuove trivellazioni nell’Artico (a cui si oppongono i secondi, come nel caso del 24esimo round di concessioni). L’attuale disposizione del parlamento potrebbe quindi comunque portare ad equilibri differenti rispetto a quelli prevedibili ora.

Il futuro degli idrocarburi e il fondo sovrano

L’interessamento dei Labour al settore degli idrocarburi e, in generale, alla diversificazione dell’economia norvegese mostra poi un interesse al tema da parte dell’elettorato, che va oltre le posizioni dei Green. Se posizioni estreme come quella del phase out dell’intera industria in 15 anni rimarranno sicuramente fuori dall’agenda governativa, è possibile infatti che diverse forze all’interno del parlamento lotteranno per limitare le nuove concessioni, soprattutto in aree critiche per il paese (come le Lofoten o il Mare di Barents). In generale, visto il crescente interesse, la discussione sul futuro degli idrocarburi in Norvegia potrebbe essere solo all’inizio.

Infine, rimane ancora da chiarire la questione sul grande assente della discussione di queste elezioni: la gestione del fondo sovrano: circa un trilione di dollari, il cui largo uso negli ultimi mesi (il fondo ha coperto un settimo del budget nazionale nel 2016 e nel 2017) ha garantito lo smorzarsi dell’impatto della crisi sulla Norvegia – con grande beneficio per i conservatori. Il fondo è diretto dalla banca nazionale norvegese ma molti, tra cui il think tank Re-Define, ne chiedono una gestione meno burocratica e più aperta al controllo del Parlamento; temi però assenti dalla discussione politica degli ultimi mesi.

Le elezioni norvegesi si chiudono quindi con un apparente ritorno alla stabilità precedente; di fronte però ai grandi cambiamenti del settore petrolifero mondiale, e della stessa transizione politica ed economica interna al paese, è forse più probabile che sarà il dibattito politico che seguirà queste elezioni a garantire la stabilità della Norvegia nei mesi a venire.